Si ricostruisce la complessa vicenda relativa ai diritti di anzianità del personale ATA dopo le sentenze Agrati della Corte di Strasburgo e quella Scattolon della Corte del Lussemburgo

di Vincenzo De Michele

Il nuovo quadro di regole generali sovranazionali, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sta cambiando il diritto del lavoro italiano, sia sul piano sostanziale che sotto il profilo processuale.

L’esempio più eclatante è nella vicenda di decine di migliaia di lavoratori del personale tecnico, amministrativo ed ausiliario operante nelle scuole pubbliche, transitato dalla dipendenza formale degli Enti locali alla dipendenza formale (e già effettiva) dello Stato.

Il mancato pieno riconoscimento dell’anzianità di servizio nel passaggio da un contratto collettivo ad un altro ha provocato un contenzioso di vastissime proporzioni, paradossalmente risolto (forse) definitivamente da una recentissima sentenza Tribunale di TV del 13gen2012 – ATA ex EELL , che disapplica la norma interpretativa che aveva modificato la norma originaria dopo l’orientamento consolidato della Cassazione del 2005.

Il problema del giusto processo trova finalmente una soluzione “interna” in favore dei lavoratori, rispetto agli abusi interpretativi e normativi della pubblica amministrazione, vanificando, con due decisioni delle Corti europee, la sentenza Agrati della Cedu e la sentenza Scattolon della Corte di Giustizia, ben due sentenze della Corte costituzionale e, anche, una ordinanza della Corte di Lussemburgo.

La nomofilachia della Cassazione e i poteri del Giudice comunitario di merito ne escono rafforzati, ma al prezzo altissimo di un devastante conflitto tra Corti superiori, nazionali ed europee, che rende il quadro delle tutele possibili dei diritti fondamentali ancora molto incerto, a causa dell’evidente fallimento del “costoso” giudizio di legittimità costituzionale interno.

La vicenda del personale Ata trasferito dagli Enti locali allo Stato

La controversa vicenda del trasferimento del personale Ata dagli Enti locali allo Stato rappresenta il perfetto e clamoroso esempio delle traversie che ormai da decenni ingessano il sistema di tutele dei diritti sociali ed economici nell’ordinamento interno quando, come nel caso di specie, gli abusi della pubblica amministrazione sulle regole e sui processi assumono le vesti deformi del c.d. “contenzioso seriale”, perché riguardano migliaia o decine di migliaia di posizioni di diritto soggettivo.

In fondo, la res controversa era inizialmente molto semplice (e, quindi, non controversa), fondata su precise disposizioni di legge, che regolamentavano il “trasferimento” del personale amministrativo, tecnico e ausiliario Ata, in servizio presso istituti scolastici statali, dalle Amministrazioni locali direttamente alle dipendenze dello Stato, che già li utilizzava nelle proprie strutture scolastiche: l’art. 8, commi 1 e 2, della l. 3 maggio 1999, n. 124, rubricato, per l’appunto, «trasferimento di personale Ata degli enti locali alle dipendenze dello Stato».

La norma (comma 2) precisa in modo chiaro che a detto personale vengono riconosciuti ai fini giuridici ed economici l’anzianità maturata presso l’ente locale di provenienza, nonché il mantenimento della sede in fase di prima applicazione in presenza della relativa disponibilità del posto.

Infatti, ha espressamente sancito che il personale «dipendente dagli Enti Locali, in servizio nelle istituzioni scolastiche statali alla data di entrata in vigore della presente legge, è trasferito nei ruoli del personale Ata statale» e che «a detto personale vengono riconosciuti ai fini giuridici ed economici l’anzianità maturata presso l’ente locale di provenienza nonché il mantenimento della sede».

Il vero problema del trasferimento si è posto per il personale ausiliario, in particolare per i “bidelli”.

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fonte: http://www.europeanrights.eu/index.php?funzione=S&op=5&id=694